La Buena Educación

Ad alcuni dei più fieri paladini della attuale morale sessuologicamente corretta – quella oggi impegnata nella lotta alla cosiddetta “peste” della pedofilia nel clero cattolico – converrebbe forse far notare che la loro veemente passione è stranamente figlia, in rebus eroticis, di due estremismi culturali opposti. Il primo di questi estremismi è la sessuofilia più libertaria e sfacciata, nonché vagamente tirannica, giacché uno dei suoi effetti principali è la continua ostensione, apologetica e provocatoria, dei volti, corpi e stili di vita delle frange più vanagloriose e dispotiche del mondo frocio e trans. di Ruggero Guarini
6 AGO 20
Immagine di La Buena Educación
Ad alcuni dei più fieri paladini della attuale morale sessuologicamente corretta – quella oggi impegnata nella lotta alla cosiddetta “peste” della pedofilia nel clero cattolico – converrebbe forse far notare che la loro veemente passione è stranamente figlia, in rebus eroticis, di due estremismi culturali opposti. Il primo di questi estremismi è la sessuofilia più libertaria e sfacciata, nonché vagamente tirannica, giacché uno dei suoi effetti principali è la continua ostensione, apologetica e provocatoria, dei volti, corpi e stili di vita delle frange più vanagloriose e dispotiche del mondo frocio e trans (che in alcuni trogloditi come me, disposti a rispettare, ammirare ed eventualmente anche amare tutti i membri di quel vasto popolo fuorché il tipo militante combattente, possono destare non di rado deprimenti sensazioni di disgusto e pena). L’altro estremismo è quello che si manifesta, quando entrano in ballo i piccini, con un furor punitivo certamente fortemente motivato e tuttavia comprensibile solo fino a un certo punto, visto che esso si esprime quasi sempre in forma del tutto priva di carità.

A molti certamente sembrerà che questo secondo estremismo sia pienamente giustificato dalla speciale gravità costituita, nel campo delle diverse espressioni della sessualità umana, dal caso, appunto, della pedofilia. Ciò tuttavia non vieta di sospettare che essa possa essere in parte fomentata dal convincimento che i bambini, in rebus eroticis, siano angioletti. Idea che non solo Freud dimostrò illusoria, arrivando a definire il bambino “perverso polimorfo”, ma che parve tale già a sant’Agostino (il quale infatti un giorno, com’è noto, osservando gli sguardi furiosi con cui un ingordo lattante soleva fulminare chi osava contendergli il possesso esclusivo del seno materno, vi riconobbe in quegli occhietti l’inoppugnabile indizio di un’oscura pulsione innata all’omicidio e all’incesto).

A me personalmente quell’idea è del resto sempre sembrata smentita sia dagli effetti di certe mie precoci abitudini infantili, sia da un episodio della mia tarda infanzia che contribuì potentemente a insegnarmi molto presto a considerare la figura del prete pedofilo con animo insieme non solo turbato e severo ma anche misericordioso. Da questo timido incipit si può fra l’altro dedurre che sul caso dei preti pedofili non ho nessuna certezza. La sola cosa sicura è che sono felice di non appartenere al club di quegli sventurati. Mi sembra però doveroso aggiungere che da piccino fui un pedofilo anche io. Ricordo infatti che allora solevo non di rado dedicarmi, con altri maschietti e femminucce della mia età, a quelle pratiche che in confessione erano dette una volta “atti impuri”.

Ovviamente non pretendo che queste mie abitudini
infantili dimostrino che ero un bambino particolarmente originale. Per quanto ne so, tutti i pargoli della terra, non appena si credono soli e inosservati dai loro guardiani abituali, sono perfettamente capaci di indursi spontaneamente a trastullarsi l’un l’altro coi loro cavicchi e pertugi. Dal che ho dedotto da un pezzo che il bambino è naturaliter pedofilo. Deduzione del resto assolutamente conforme allo spirito del celebre passo, appena richiamato, in cui Freud arrivò a definire il bambino “perverso polimorfo”. Formula impeccabile, che tuttavia, a quanto sembra, dopo almeno due secoli e rotti di ricerche e di discorsi che si vogliono scientifici sulla sessualità umana, non basta a dissuaderci dal continuare a immaginare, e soprattutto a volere, non solo in affari erotici, angelici i nostri pargoli.

Io comunque da piccino non fui soltanto pedofilo
ma anche un po’ gerontofilo. Mi attraevano infatti pazzamente certe vezzose signore, amiche della mia mamma, che nonostante la loro non più verdissima età, imbellettate e profumate com’erano, mi sembravano tutte indicibilmente ammalianti. Ragion per cui, quando qualcuna di loro veniva in visita da noi, aspettavo sempre, palpitando, il momento in cui quella visitatrice, come talvolta accadeva, si fosse decisa a farmi qualche coccola. Di quelle damazzine, tutte fra i trenta e i quaranta, trovavo seducentissimi persino certi segni del loro appassimento dissimulati dal trucco. Quei vaghi indizi autunnali non bastavano a soffocare l’oscura brama che certe loro moine accendevano nei miei sensi. Né riuscivano a spegnere, nella mia mente infiammata, la muta speranza di poter essere presto corrotto, con chissà quali maneggi da me confusamente immaginati, proprio da una di quelle Alcine sul viale del tramonto.

Ben presto, naturalmente, mi trovai a dover fronteggiare gli approcci di qualche temerario Coridone. Nessuno di quei satiri, neanche fra quelli che potevano sfoggiare un’autorevole veste talare, riuscì però a conquistarmi. In ogni caso, dalle goffe manovre adescatrici di uno di essi dedussi che gli orchi sono spesso soltanto dei vecchi bambini degni più di compassione che di esecrazione. Perciò con quegli infelici, grazie anche alla saggezza dei miei familiari, e in particolare una madre molto intelligente, imparai in fretta a cavarmela evitando sempre di far nascere, dai relativi incidenti, delle rumorose tragedie.
L’episodio più imbarazzante accadde nell’estate del ’41. Avevo poco più di dieci anni. Allora studiavo al Pontano di Napoli, il celebre istituto creato e diretto dai Gesuiti della città. Alla fine della prima media, in base alla Carta della scuola varata proprio quell’anno, che aveva soppresso l’uso del rinvio parziale a ottobre, ero stato rimandato in tutte le materie. E proprio per questo motivo incappai nel solo prete pedofilo che abbia realmente tentato di turbare la mia infanzia. Si chiamava don Attilio. Era un sacerdote secolare sulla cinquantina che insegnava materie letterarie in una scuola gestita da un ente religioso. Ma dava anche lezioni private e quell’estate mia madre, consigliata da un’amica, lo scelse per prepararmi a quegli esami di riparazione.

Le intenzioni di don Attilio mi furono subito chiare.
Benché a quell’epoca non conoscessi nemmeno il termine “pedofilia”, certi discorsi allusivi di un fratello più grande di me di circa otto anni mi avevano già illuminato su alcuni aspetti dell’argomento. Dunque non ero affatto un angioletto. Tanto che il senso e lo scopo dei goffi, penosi tentativi con cui quello sventurato incominciò subito a rivelare le sue mire mi sembrarono fin dal principio degni di un sentimento in cui la ripugnanza si confondeva con la compassione. Ricordo alcune delle sue manovre. Una mattina, col futile pretesto di un braccio impedito e di una spalla dolente, dopo avermi pregato di cercargli gli occhiali infilando una mano nella tasca della sua tonaca, mi incitò a spingerla fino in fondo, cosa che tuttavia fui trattenuto dal fare da una ripugnanza istintiva. Un’altra volta, per potermi toccare i genitali, architettò una pretestuosa lezione di anatomia in latino, comprendente fra l’altro l’indicazione col dito degli organi via via nominati. Ma anche quella trovata fallì, giacché nel momento in cui la lezioncina – incominciata con la traduzione dei vocaboli che designano la testa (caput), gli occhi (oculi), le orecchie (aures), la bocca (os) e così via nominando e toccando – arrivò al pene (mentula), mi ritrassi di botto con una scusa.

Un’altra volta ancora, avendogli chiesto,
forse con una punta di malizia, quanto tempo impiegava ogni mattina per infilare uno dopo l’altro nelle loro asole tutti i bottoni della sua veste talare, e avendogli inoltre chiesto se ne conosceva esattamente il numero, ne approfittò per propormi di mettermi a contarli poggiando il dito su ognuno di essi, e afferrandomi una mano tentò di forzarmi a farlo nel modo da lui desiderato, e infine si arrese soltanto quando, a metà di quel ridicolo conteggio, forse colse sul mio volto l’espressione di un insuperabile imbarazzo. Un giorno don Attilio mi portò con un pretesto a casa sua. Abitava dalle parti dei Ponti Rossi, una zona che allora per me, che di Napoli conoscevo soltanto un piccolo tratto della Napoli borghese, fra via Caracciolo e piazza dei Martiri, era assolutamente sconosciuta. L’appartamento era un modesto atticuccio in cima a un vecchio palazzo scalcinato. Perché aveva voluto portarmi lassù? Probabilmente aveva pensato di potervi osare qualcosa che invece poi, forse per un soprassalto di vergogna e di paura, forse per uno scrupolo improvviso, forse un’improvvisa stanchezza, si astenne dal tentare. Infatti non fece nulla di quel che avevo temuto. Mi invitò a sedermi alla sua scrivania, mi porse due o tre librini (piccole guide, da lui compilate, allo studio di alcuni autori italiani e latini) e mi consigliò di passare il tempo leggendone qualche pagina mentre lui, steso supino con gli occhi chiusi sul suo lettino, si riposava in silenzio. Infine, rialzatosi, si affrettò, sempre in silenzio, a riaccompagnarmi a casa.

Povero don Attilio. Spero che quando morì,
in quel suo triste abbaino, dopo avervi trascorso, suppongo, gli ultimi anni della sua vita in uno stato di crescente disperazione, sia riuscito a trovare quel muto sollievo che possono procurarci soltanto certi momenti di estrema contrizione. Le sue lezioni, comunque, non furono molte. Non durarono (ricordo) più di un paio di settimane. Ben presto infatti mia madre, grazie a qualche mio timido accenno, capì e lo invitò a interromperle. Naturalmente evitando con cura di umiliarlo minacciando denunce o scandali. Ed è forse appunto grazie a questo minuscolo episodio di ormai circa settant’anni fa che oggi non riesco a evitare che l’espressione “preti pedofili”, insieme a un moto di riprovazione, non desti in me un sentimento di misericordia.

di Ruggero Guarini